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La trattoria del pallone

7 gennaio 2004
Autore
Nino Nonnis
Regia
Maria Assunta Calvisi
Con
Nino Nonnis, Federico Nonnis

La trattoria del pallone è una delle frasi più conosciute di Spignesi, un famosissimo allenatore che aveva scoperto quanto può essere insidiosa la lingua italiana. Un allenatore di squadre di medio livello, famoso in zona, sconosciuto già allo sbarco a Civitavecchia.


“Sanna, ma dove sei andando? Devi seguire la trattorìa del pallone!”


Adesso i giocatori hanno imparato a parlare, sanno dire anche “quant’altro” e “un attimino”, parlano di se stessi in terza persona, ma non dicono mai frasi da conservare per ricordo. Totti è l’unico, ma lo fa per le barzellette, come i carabinieri.


Sono scomparsi i sentimentalismi e gli affetti lunghi, i giocatori simbolo sono disposti a ingaggi più remunerativi, il calcio alto vive la precarietà di bilanci dissestati.


I tifosi hanno lasciato deleghe agli ultras; i ragazzini imparano a giocare saltando birilli, non sanno cos’è una stamborrata e una gannedda, non devono faticare per trovare uno spiazzo dove giocare 15 contro 15 o 6 contro 5, col portiere volante. Tutto organizzato.


Si sono persi i sapori di vecchie situazioni in cui ci si mischiava tutti contro tutti, si appendevano le scarpette al chiodo a trentuno anni e si risparmiava per comprarsi la “pantofola d’oro” con la quale non potevi tirare di puntera, gesto tecnico molto apprezzato.


Nel ricordo affettuoso, accanto agli uomini eroi del Cagliari dello scudetto, di camboni e amatori di una passione che radunava tutti, magri e grassi, scapoli e ammogliati, preinfartuati e scallati, panchinari e padroni delle squadre, messe su per passione e per poter giocare titolari, all’ala destra. Per ritrovarsi insieme il sabato, per la partita e per la cena, che belle cene! Tutti amici, scrocconi compresi, per momenti da ricordare, tra un goal e un autogoal.


Il tono dello spettacolo è affettuoso e ironico, memorialista e mitico, nel consuntivo spezzato di un’esperienza che è stata anche qualcos’altro oltre che un gioco.


Vicende maschili, di cricche e sodalizi formatisi per sempre, per una maglietta comune, per una esperienza di quarant’anni uguale.