• G17_pantasimas_1
  • G17_pantasimas_2

CALENDARIO

< dic 2018 >
LMMGVSD
26 27 28 29 30 1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31 1 2 3 4 5 6

Pantasimas

7 gennaio 1997
Autore
Nino Nonnis
Regia
Maria Assunta Calvisi

Pantasimas” sono i fantasmi che ognuno di noi ha dentro la propria storia. Appartengono al proprio vissuto ma anche al cammino collettivo di un popolo. Pezzi di un mosaico che va lentamente a comporsi attraverso prospettive individuali. Sono parte di sè e altro da sè. Vivono dentro di noi e sedimentano in frutti diversi.


Pantasimas” è lo spettacolo che è sedimentato dentro di me dall’esigenza di continuare a indagare all’interno di una cultura (quella sarda) da cui sono felicemente contaminata. Stereotipi, luoghi comuni, profonde verità, realtà scomode, laceranti bellezze che ormai ti porti dentro e si intrecciano con la tua storia diversa eppure così uguale...


Le parole, le sonorità delle parole, tonde, morbide, a volte levigate, ispide, dure, amiche e ostili; i suoni antichi, le nostalgie di cori e di ritmi che rimandano a visi scolpiti e induriti dal tempo, eppure così vicini all’intenerimento...


E rumori e suoni di oggi in un intreccio logico ed emozionale, dove parola diventa musica e musica diventa parola. Questo è “Pantasimas”. E’ la storia dell’ “uomo al tavolino”, i suoi ricordi privati, i suoi fantasmi custoditi con pudore e tenerezza, e l’altra faccia della medaglia, l’altra metà del mondo dove si muovono “Pantasimas”, che a loro volta presentano più facce, più mondi, e la nuda verità in tutta la sua doppiezza.


L’emigrato” parte con l’amarezza nel cuore di un amore impossibile: Felledda, la donna troppo ricca e troppo bella, figuriamoci se può degnare di attenzione proprio lui... E Felledda resta, a rimpiangere quell’unica volta in cui si era vergognata col suo pudore, ad aspettare il ritorno di una speranza di vita. E intanto la vita ”le scivola via senza darle sussulti, paure, magoni, una passione per cui rischiare”...


Custu è su polcu, custu l’ha mortu, custu l’ada usciadu... E’ sempre stato studioso, Preferiva leggersi un libro, anche dieci volte, piuttosto che andare a inseguire cavallette”. Le aspettative della “madre del figlio maschio” : “Mangia la carne, così diventi forte, sì, come tuo padre”.


E il figlio maschio forse solo quando si saprà, non avrà più paura “di presentare il suo corpo che non ha gesti decisi, la calma insidiosa del toro, il viso di legno di una maschera, la sfacciata nudezza dell’asino. Se rimarrà solo uno che fa danza, non vuole che sappiano di una velleità, di uno scarto, dei gesti che non suggeriscono ma che lasciano intuire”.


Percorsi paralleli, vite che hanno in comune l’amore che allontana, divide. E l’odio è lì, pronto a schizzare, spesso evocato da una legge arcaica, che muove il tuo braccio in quel momento che resterà eterno: “Io sono un gesto - dice l’uccisore - nella mia mano l’arma di una giustizia privata, un lampo di fuoco che il cervello non fa in tempo a vedere”. E l’ucciso, con “sul viso lo stupore per quell’evento impossibile, nel suo sguardo la sorpresa per la sfortuna del caso”, legato ormai per sempre alla sorte del suo giudice, giudice per caso, per sempre. “Qui è finita, come mi vedete. Ho incontrato per caso uno dei fratelli di Giovanna, quello che non parlava mai, con cui non avevo confidenza. Non ha detto niente neanche questa volta”...

G17_pantasimas_loc 800px dimensione