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I giganti della montagna

7 gennaio 2003
Autore
Luigi Pirandello
Regia
Maria Assunta Calvisi
Pirandello non conclude "I giganti della montagna", morirà prima di aver scritto il 3° atto, in tempo per raccontare al figlio Stefano la sua idea di finale, tragico, amaro, senza speranza sul futuro dell'arte. Ma non l'ha scritto, come se avesse avuto timore di mettere nero su bianco, di scrivere la parola "fine".

Resta così aperto il problema: è possibile portare la poesia, il teatro ai Giganti, gli esseri "duri di mente e un po' bestiali", dediti a imprese o affari, o conviene piuttosto rivolgersi ad interlocutori privilegiati, magari emarginati e fuori dagli schemi, pronti ad accogliere il miracolo delle "immagini che si fanno vive da sé"?

Fino alla fine Pirandello si dibatterà tra Cotrone, il mago un po' filosofo, un po' cialtrone, che ha scelto l'alienazione dal mondo assieme ai suoi "scalognati", e Ilse, donna, madre, amante, pedagoga, missionaria, simbolo anche a sé stessa, che sceglie l'autodistruzione pur di far vivere il teatro nelle piazze, in mezzo agli uomini.

A volte l'autore si fa partecipe della scelta elitaria del primo, con il lusso di essere fino in fondo sé stessi, puri, come gli spiriti, senza più dignità, decoro e onore, ma pronti a impregnarsi della magia dove i pensieri e i sogni diventano corpo. Partecipe di un mondo dove finalmente si può realizzare il paradosso del teatro senza il teatro: i personaggi che vivono di vita propria senza la mediazione dell'attore, ma usciti da sé dalle pagine, con la loro forza evocativa. Ma è anche accanto a Ilse e condividere la tragedia del rifiuto e dell'incomprensione, da parte di quelli che si vuole a tutti i costi raggiungere con la propria arte.

Riferimento autobiografico, esperienza drammatica vissuta da Pirandello in prima persona quando, rinnegando nei fatti il paradosso dell'impossibilità del teatro, diventerà lui stesso teatrante con la sua Compagnia di giro.

Ilse o Cotrone. L'arte alienata dalla gente o l'arte che vive con e per la gente. Pirandello è un po' l'uno e un po' l'altro. Ci fa capire che Ilse e Cotrone sono due facce della stessa medaglia. Streheler nella 1° messinscena, giovane e fiducioso di un teatro di massa, si pone con passione dalla parte di Ilse, nelle successive esprime un pessimismo sempre più amaro, addirittura catastrofico.

Ecco, qui sta il nodo cruciale. Pirandello nel suo finale non scritto fa morire Ilse schiacciata dalla forza bruta dei Giganti. Ma non l'ha scritto. Forse per una volta si è messo in mano ai registi e ha chiesto: dite voi la vostra. Una responsabilità affrontare chiunque si appresti a vivere l'esaltante follia di mettere in scena l'opera. 

Con questo spettacolo tento di dare una risposta (forse provvisoria) appigliandomi all'illusione che Pirandello morente fa al figlio sull'utilizzo nella scena finale di un ulivo saraceno, simbolo di speranza. Anche se, forse, mai come in questo periodo "I Giganti" sono diventati forti e potenti, (un'ignorante arroganza, complice la televisione, imperversa in tutti i campi) e anche se le forme artistiche sembrano più che mai agonizzanti, io voglio e devo credere, altrimenti non avrebbe senso il mio lavoro, che finché esisterà l'uomo esisterà l'arte, che sempre troverà, magari a fatica e sotto forme non immediatamente riconoscibili, la forza di sopravvivere. Urgente semmai si pone oggi il problema di salvare "l'uomo" nel suo significato totale e pieno...

Lo spettacolo è stato replicato a Sinnai in tre date a marzo 2003, Carbonia in due date a marzo 2003, Orani e Sassari ad ottobre 2003.
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