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Grazia a Maria

7 gennaio 1995
Autore
Nino Nonnis
Regia
Maria Assunta Calvisi
Con
Milana Merisi
Costumi
Marco Nateri
Cantaor
Alessandro Valentini
Musica dal vivo
Lucio Garau
Musica dal vivo
Lucio Garau

“L’idea di uno spettacolo può nascere in molti modi: “Grazia a Maria” è il frutto dell’emozione profonda che mi ha suscitato l’ascolto di un brano del coro di Santu Lussurgiu. Era da qualche giorno morta Maria Carta e, per una strana combinazione interiore, l’emozione si è tramutata in progetto: parlare di Maria per bocca di Grazia Deledda. Due donne dai destini diversi eppure simili, sarde sin nelle viscere eppure universali, di tutti.


Grazia: il rigore della parola che rispecchia il rigore di una vita conquistata, pezzo per pezzo, senza diventare per questo baluardo o vessillo per altri.


Maria: il fascino di una musica misteriosa e “ruvida”, di una voce carica di profumi e atmosfere ma anche accompagnata talvolta da incomprensioni.


Una “in presentia” e l’altra “in absentia” ma presente come un’aria inquietante e densa di tensioni emotive. Due destini di donne che diventano un unico destino: il percorso verso l’immortalità, dove l’una, Grazia, ormai monumento, ritorna donna per accogliere Maria. In uno spazio che non è spazio e in un tempo che non è tempo Grazia diventa lentamente Maria, finalmente compiuta nel suo destino. Il testo di Nino Nonnis, che ha tradotto in parole la mia emozione e il mio progetto, vivificato dalla sua sensibilità, paradossalmente al “femminile” e dalla sua interiorità di sardo capace di sguardo critico e ironico, appassionato e poetico, introduce a una rilettura non sbrigativa, offre spazi di confronto dialettico, non propone tesi chiuse in una dimostrazione.


Giuseppe Dessì ha detto che i due più grandi uomini della Sardegna sono state due donne: Eleonora D’Arborea e Grazia Deledda. Ne avesse avuto il tempo dalla vita, avrebbe unito a loro Maria Carta.


Le loro lotte, le loro amarezze, le loro contraddizioni, pur nella loro specificità di donne sarde, non sono diverse da quelle di altre donne che hanno speso una vita per esprimere la loro arte, o soltanto il loro diritto a “esserci”. Ed è forse per questo che io sento a chiare lettere e a chiare note il loro linguaggio e un’attrice non sarda (come me) Miana Merisi riesce a stabilire sintonie e livelli profondi di comunicazione. Un’attrice che rappresenta la verticalità, l’intensità di Grazia e il fascino anche fisico di Maria: non sarda, per dare ai temi della cultura sarda i toni dell’alterità, per concederle l’enfasi, per vagliarne i giudizi, per marcare i rancori, per dare ai ricordi il gusto della scoperta. Il tema è in fondo quello dell’universalità dei percorsi esistenziali e storici delle donne che vivono e lottano. Il coro di Santu Lussurgiu, assieme alle musiche originali di Lucio Garau, sottolinea e accompagna situazioni e parole, nella loro durezza, nella loro tenerezza, nel riparo al pudore, nello slancio di un’apertura”.


Questo scrivevo nel 1995, quando lo spettacolo è stato messo in scena per la prima volta. A distanza di diciannove anni non mi sento di modificare nulla, anzi, rileggere queste parole mi suscita grande emozione.


Maria Assunta Calvisi